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Revisione dei valori di benchmark per l’assegnazione gratuita delle quote di emissione (2026-2030)
10
Giugno
2026
10 Giugno, 2026

Revisione dei valori di benchmark per l’assegnazione gratuita delle quote di emissione (2026-2030)

La questione della riduzione delle quote gratuite, derivante dalla proposta di revisione dei benchmark ETS, invita a una riflessione più ampia sul ruolo e sull’efficacia dell’European Emissions Trading System nel sostenere la decarbonizzazione dell’industria.

È infatti necessario interrogarsi sulla funzione effettiva di un ETS in cui il prezzo della CO rimane stabilmente inferiore ai costi marginali di abbattimento di molte delle tecnologie fondamentali per la transizione industriale. Se il segnale di prezzo del carbonio non è sufficiente a rendere economicamente sostenibili investimenti in soluzioni come l’idrogeno a basse emissioni, la cattura e lo stoccaggio della CO (CCS) o l’elettrificazione dei processi industriali ad alta temperatura, il sistema rischia di non generare gli incentivi necessari alla trasformazione tecnologica. Allo stesso tempo, la progressiva riduzione delle quote gratuite aumenta il costo residuo delle emissioni per le imprese, anche in assenza di alternative tecnologiche mature, scalabili e competitive.

Si crea così un paradosso: da un lato, il prezzo della CO₂ è ancora troppo basso per rendere economicamente attraenti molti degli investimenti necessari alla decarbonizzazione profonda; dall’altro, è già sufficientemente elevato da incidere in modo significativo sulla competitività dell’industria europea. In queste condizioni, l’ETS rischia di diventare più un fattore di costo che uno strumento realmente in grado di sostenere la transizione.

In questo contesto, meritano particolare attenzione anche le proposte volte a contenere il prezzo della CO₂. Se il prezzo del carbonio generato dal mercato viene ritenuto incompatibile con la sostenibilità economica dell’industria, è necessario interrogarsi sulla coerenza complessiva del percorso di riduzione delle emissioni. Il prezzo della CO₂ non è altro che l’espressione economica della scarsità delle quote: interventi sistematici finalizzati a limitarne l’aumento rischiano di indebolire proprio il segnale che il sistema dovrebbe generare. Se il prezzo di mercato è considerato eccessivo rispetto alla capacità di adattamento dell’industria, il problema non riguarda soltanto il funzionamento del mercato delle quote, ma il rapporto tra la velocità di riduzione del cap e l’effettiva disponibilità delle tecnologie necessarie a sostenerla.

Eppure abbiamo bisogno dell’ETS. Ne abbiamo bisogno per sostenere la transizione verso un’economia più sostenibile e resiliente e per ridurre gradualmente, pragmaticamente e senza eccessi ideologici, la dipendenza dell’Europa dalle forniture di combustibili fossili. La vera domanda, quindi, non è se preservare il sistema, ma come renderlo coerente con le realtà industriali e tecnologiche.

Allo stesso tempo, l’Europa deve rimanere sia un leader climatico sia un’economia industriale competitiva. Raggiungere la neutralità climatica richiederà politiche ambiziose, ma anche una solida base industriale capace di investire e implementare le tecnologie necessarie alla transizione. Finché le tecnologie indispensabili per una decarbonizzazione profonda non saranno disponibili su larga scala e a costi sostenibili, è essenziale evitare una situazione in cui l’ETS generi principalmente trasferimenti di costo senza creare le condizioni necessarie per ridurre le emissioni. Da questa prospettiva, strumenti come l’allocazione gratuita non dovrebbero essere considerati una deroga agli obiettivi climatici, bensì un meccanismo di equilibrio volto a preservare la competitività industriale durante la transizione.

Lo scopo dell’allocazione gratuita è proprio quello di mitigare e disaccoppiare parzialmente i costi di conformità dal segnale di prezzo del carbonio. Il prezzo della CO₂ dovrebbe continuare a fornire un’indicazione credibile e progressivamente più forte del valore economico delle emissioni, orientando le decisioni di investimento di lungo termine. Tuttavia, non è necessario che questo segnale si traduca immediatamente e integralmente in un onere economico per ogni impianto. Le quote gratuite consentono di proteggere temporaneamente le installazioni esposte alla concorrenza internazionale mentre i pionieri industriali sperimentano e industrializzano nuove tecnologie di decarbonizzazione. In altre parole, permettono al sistema di mantenere la propria direzione strategica senza imporre immediatamente a tutta la base industriale costi che le tecnologie attuali non consentono ancora di evitare.

È inoltre necessario riconoscere una realtà spesso trascurata: le principali tecnologie di rottura su cui si fonda la decarbonizzazione dell’industria pesante — dall’idrogeno alla cattura e stoccaggio della CO₂ — vanno oltre i confini del singolo impianto. Richiedono infrastrutture dedicate, reti di trasporto, sistemi di stoccaggio, mercati di approvvigionamento e investimenti che superano la capacità di una singola impresa. La loro diffusione presuppone quindi un profondo coordinamento tra settore pubblico e privato, in grado di condividere rischi, costi e tempi della transizione.

È qui che emerge il vero nodo gordiano della decarbonizzazione industriale: se queste tecnologie sono troppo costose, le imprese non le adotteranno; ma se nessuno le adotta, non si realizzeranno mai le economie di scala necessarie a ridurne i costi. Spezzare questo circolo vizioso richiede strumenti capaci di sostenere il mercato nella fase iniziale di diffusione. In molti settori industriali, il costo marginale di abbattimento delle tecnologie innovative supera ancora in modo significativo il prezzo delle quote EU ETS (EUA), rendendo difficile immaginare che il solo ETS possa fornire un segnale di investimento sufficiente. In questo senso, esperienze come i Carbon Contracts for Difference (CCfD) introdotti in Germania rappresentano un esempio particolarmente promettente. Attraverso contratti di lungo periodo, il settore pubblico contribuisce a colmare il divario di costo tra tecnologie convenzionali e tecnologie a basse emissioni che il prezzo del carbonio non è ancora in grado di remunerare adeguatamente, consentendo alle imprese di investire oggi in soluzioni che potrebbero diventare competitive domani.

Guardando al futuro, merita un’attenta riflessione anche la graduale integrazione delle Carbon Dioxide Removals (CDR) nell’architettura ETS. Man mano che il cap residuo converge verso il nucleo irriducibile delle emissioni difficili da abbattere, il rischio di tensioni economiche e distorsioni regolatorie aumenterà inevitabilmente. Se accompagnata da rigorosi criteri di qualità, addizionalità, permanenza e verificabilità, l’integrazione delle CDR potrebbe fornire una fonte aggiuntiva di flessibilità, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica senza scaricare interamente la gestione delle emissioni residue sul Linear Reduction Factor e sulla progressiva riduzione delle quote disponibili.

La sfida, dunque, non è indebolire l’ETS, ma completarlo. Il prezzo del carbonio deve continuare a fornire il segnale di lungo termine; l’allocazione gratuita deve evitare che tale segnale si traduca prematuramente in una perdita di competitività; gli strumenti di politica industriale devono consentire alle tecnologie emergenti di superare le barriere iniziali alla diffusione; e le CDR possono, se adeguatamente regolamentate, contribuire alla sostenibilità di lungo periodo del sistema quando la riduzione delle emissioni entrerà nella sua fase più complessa e costosa.

Alla luce di queste considerazioni, riduzioni aggressive dell’allocazione gratuita appaiono premature e difficilmente compatibili con il mantenimento di un adeguato equilibrio tra prezzo del carbonio e competitività industriale. In assenza di tale equilibrio, il rischio non è soltanto un rallentamento della decarbonizzazione, ma anche una crescente delocalizzazione dell’attività industriale, dell’occupazione e delle emissioni al di fuori dei confini europei.